Siamo un territorio o siamo finti?

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Germoglio fra ingranaggi arrugginiti di Enea Francia

In un momento di crisi forte come questo, è estremamente difficoltoso tirare a campare. Si limitano le spese e si cerca di tirare avanti con la forza di volontà. Sembra che siamo costretti a lavorare per non sapere nemmeno il fine dei nostri lavori o progetti, sembra che il mondo non voglia più sentirne di andare avanti, di trovare una prospettiva. L’incentivo è verso la produzione. Tutti incentivano il produrre. E’ questo che vogliamo?

…è proprio questo quello che serve?

Dobbiamo morire dietro al risanamento di debiti perchè il valore di ciò che siamo nessuno lo quantifica?

Anche io, nel mio lavoro, sono gestore di hotel e spesso ho avuto la strana sensazione di correre senza motivo. E’ paradossale ma è proprio così. Se mantieni il contatto con le persone che ospiti, con i più empatici insturi un rapporto, se gli offri accoglienza genuina e non li tratti solo come clienti, capisci tante cose che se fossi in un mega albergo non capiresti mai.

Ho capito che la gente paga non per il servizio che gli vuoi dare te, ma per quanta voglia hai di fare quella cosa, grande o piccola che sia. Ho capito che se fai il tuo lavoro cercando di avere un rapporto genuino e diretto, inizi ad avere tante soddisfazioni, certo che i tempi sono lunghi, lunghissimi, ma qualche soddisfazione arriva. Se trasferisci emozioni e sensazioni autentiche, che ti partono dal cuore, queste valgono più di mille pubblicità.

Per far questo bisogna spegnere la TV, chiudere gli occhi e sognare, capire dove sei e chi hai intorno e soprattutto cercare di vedere cosa vuoi davvero. Ma solo se oltre a me iniziamo tutti a fare solo quello che abbia un senso, ma che sia generale e il più oggettivo possibile, solo in questo modo, ne sono convinto, questo territorio si potrà risollevare, ma soprattutto la gente inizierebbe a prendere coscienza di se stessa. Solo se iniziamo ad accorgerci tutti dell’estrema importanza delle piccole cose.

Se non ti fai prendere da un’insulsa frenesia apportata da condizionamenti esterni, riesci a motivare meglio chi lavora con te altrimenti fai solo un gran casino. Ho capito che per mostrare la tranquillità, devo essere io per primo tranquillo e sereno, ho capito che il mio mestiere è anche quello di essere una barriera reale e massiccia fra la frenesia delle masse indotta da un’economia assurda e schizzofrenica e la tranquilla vita di borgata.

Ho capito che non posso neanche predicare queste cose se poi, siccome mi accorgo che magari altri non le hanno, io prendo e li insulto. Perchè questi si chiuderanno sempre più a riccio e farei solo danni. Ho capito che il rispetto ha confini sfumati ma un centro saldo, forse il valore più alto dopo la sincerità.

Ho capito che per sognare c’è bisogno di vivere.

E chi lo dice che fra ingranaggi arrugginiti non possa germogliare niente?

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4 thoughts on “Siamo un territorio o siamo finti?

  1. Visto che si parla di “Guerrieri della luce”, e sebbene non ami parecchio Coelho, vorrei qui citare un suo passo:
    “Il volo della freccia.
    La freccia è l’intenzione che si proietta nello spazio. Quando l’arciere tende la corda, può vedere il mondo intero dentro il suo arco. Quando segue il volo della freccia, questo mondo gli si avvicina, lo accarezza, dandogli la perfetta sensazione di aver compiuto il proprio dovere. Un guerriero della luce dopo aver fatto il suo dovere e aver trasformato la sua intenzione in gesto non deve temere più nulla: ha fatto ciò che doveva. Non si è fatto paralizzare dalla paura, anche se la freccia non dovesse colpire il bersaglio, egli avrà un’altra possibilità perché non è stato un vigliacco.”

    – Avere tanante frecce come intenzioni (o come sogni, se preferisci)
    – TRASFORMARE LA MIA INTENZIONE/SOGNO IN GESTO
    – Fare il mio dovere
    – Non farmi paralizzare dalla paura

    Questo è il mio credo. Questo è ciò che ogni mattina mi permette di guardarmi allo specchio senza sentirmi arida, inutile e, soprattutto, vigliacca.
    Per non sentirmi egoista invece faccio come dici tu Marco: metto il rispetto come valore più alto nel mio rapporto con gli altri e nello scagliare le mie frecce sto attenta a non ferire nessuno. Sempre che quel nessuno non m’abbia mancato di rispetto per primo…

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  2. Non conosco a fondo il tuo territorio e la tua realtà, non nei dettagli almeno, anche se ultimamente credo di essermene fatta un’idea più chiara e basta per capire che non si distanzai molto dalla mia realtà o da altre. Non voglio , nella maniera più assoluta pensare che il mio sia un territorio finito ma andare avanti pensando che lo diventerà soltanto nel momento in cui persone come me, te e forse poche altre smetteranno di sognare e lottare. A volte ci si ritrova a combattere come se fossimo Don Quichotte lo so, ma credo fermamente che è proprio in quei momenti che venga alla luce il vero valore di uomo, del suo coraggio, della forza dei suoi pensieri e delle sue idee. I rapporti con gli enti, con i collaboratori, con la burocrazia con tutto il resto del mondo in genere nella sua sfera più ampia sono a volte, il più delle volte logoranti, è vero ma il trucco forse stà nel creare un ponte verso se stessi e solo così saremo poi in grado di costruirne uno forte e solido verso tutti gli altri. Ci vuole fatica, ci vuole pazienza, coraggio e soprattutto passione e tenacia che si riassumono in una sola parola: CUORE. Non sempre si è compresi, anzi quasi mai, si passa da fancazzisti, per quelli che sono tutta teoria e niente pratica e spesso ci si sente accusare di non aver combinato un emerito…..”tutto chiacchiere e distintivo”!!!! e allora, l’unico modo per creare questi famosi ponti è non appoggiarsi a niente e nessuno ma solo a noi stessi, alla forza delle nostre idee. Ok, bella teoria si, per quanto ho imparato che il più delle volte è proprio questo il problema. Pretendere troppo da noi stessi, sentirsi come la Fenice, pretendere ogni volta di rinascere da soli dalle proprie ceneri. Allora? qual’è la soluzione? credo, ma è soltanto una mia opinione personalissima, vissuta sulla mia pelle e non per questo necessariamente condivisibile ma, credo, dicevo che in tutto questo totale marasma e infinita confusione l’equilibrio stia nel capire che anche “un guerriero della luce” ha bisogno di non essere solo. Nessuno è nato per stare solo e ammetere la necessità di poggiare a volta la testa stanca sulla spalla di qualcuno non ci rende meno forti agli occhi degli altri e soprattutto ai nostri. Credo che anzi ci dia la forza di ritrovare il coraggio e rigenerarsi per una nuova “battaglia”. Incontreremo nel nostro percorso persone che la maggior parte delle volte non saranno d’accordo con noi. Non lasciamoci tirare a fondo, non lasciamoci insinuare il dubbio che noi non valiamo solo per aver pensieri diversi dai loro. Rispettiamoli però, hai ragione, e il modo di farlo è porsi davanti a loro con la serenità e l’intelligenza di saperci mettere in discussione e ammettere, se ce ne sono i nostri errori e da li ripartire, soli, insieme o con qualcun’altro. Non è un paese rovinato il nostro, è quello che vogliono farci credere, ma non è così. Nel mio piccolo stò lottando e non stò soltanto parlando e come me credo altri, tu per primo. E se parlare, parlare e parlare ancora quotidinamente dei nostri problemi con altre persone serve, come nel mio caso succede, per rafforzare ancora di più le nostre idee e darci la grinta per agire allora ben venga anche questo. E’ vero, le cose non cambieranno dall’oggi al domani e forse non cambieranno mai, o almeno nella totalità delle cose. Ma allora? Ci sediamo e aspettiamo che tutto ci scorra addosso? Sarebbe la soluzione più facile forse, almeno qualcuno potrebbe dire che abbiamo smesso di parlare e illudersi che visto che non parliamo più stiamo facendo qualcosa di più produttivo per il paese e per noi stessi, magari dentro una catena di montaggio di qualche fabbrica, o dentro qualche ufficio a scartabellare scartoffie…è così che si cambiano le cose? è così che si può cercare di dare un mondo migliore a chi amiamo? è davvero così che rispettiamo il nostro passato e i sacrifici fatti da chi ha combattuto per noi? No, nella maniera più assoluta, no. Non si vive di soli ideali è vero…ma chi l’ha detto che siamo solo questo?

    “Quando abbiamo scelto la professione nella quale possiamo maggiormente operare per l’umanità, allora gli oneri non possono schiacciarci, perché essi sono soltanto un sacrificio per il bene di tutti; allora non gustiamo una gioia povera, limitata ed egoistica, ma la nostra felicità appartiene a milioni, le nostre imprese vivono silenziosamente, ma eternamenti operanti, e le nostre ceneri saranno bagnate dalle lacrime ardenti di milioni di uomini. ” K.M.

    Chiacchieroni, sognatori e niente altro se vi è più comodo pensarlo, ma non aridi, egoisti e inutili.

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  3. Ivana io credo che in Italia di gente che abbia voglia di fare davvero a testa bassa ce ne sia molta, ma ci sono pure diversi ostacoli da superare.
    Credo che anche se vivi in Argentina, stando qui per un periodo, tu abbia visto cose belle e brutte, forse oggi sono più quelle brutte che saltano all’occhio. Però io credo che un filo di speranza c’è.
    Tutto sta a saper trovare i germogli giusti.
    Non credi?

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  4. Penso Marco che tu stai pretendi un cambiamento culturale troppo grosso : “chiudere gli occhi e sognare, capire dove sei e chi hai intorno e soprattutto cercare di vedere cosa vuoi davvero”. Tu non vedrai questo cambio di mentalità, e neanche i tuoi nipoti. Tanto più difficile in una società chiusa, materialista ed egoista com’è l’italiana.
    Se siete un territorio o siete finti?… La vostra carta di presentazione è il fatto di far vedere quello che siete, un territorio piccolo, fatto da piccole cose, e non credersi che siete il meglio su tutto perchè non siete il meglio. Il vostro valore assoluto è che siete ancestrali. Purtroppo a volte trascurato, perche non è tutto rossa, i guai ci sono sempre, anche su le vostre piccole cose.
    Hai pensato qualche volta nell’italia fuori l’italia? Lo sai che l’Italia vista da fuori non è la stessa Italia dentro l’Italia?
    Io al inizio, nei miei primi giorni lì, mi sono sentita delusa. Mi sono resa conto che siete finti. Vorrei dire: Non siete l’italiani che sono andati via. Non siete l’italiani che amano lavorare. Non siete l’Italiani che hanno fatto patria fuori l’italia, con impegno, forza, volontà. Gli Italiani che da qualche maniera la crisi l’hanno sofferta, vissuta, e parlo di una crisi vera: la guerra. Ci avete fatto credere da tutta una vita (da i nostri nonni immigranti), che l’Italia era la patria del lavoro, dello sforzo. Un vero delito di pubblicità sleale. Comunque, l’Italia vera non era quello che pensavo.
    Quello sforzo, oggi è tutto perso. Non avete imparato nulla dei vostri nonni. Ed oggi vi lamentate. Gli italiani giovani oggi non ce la fanno. Non sanno come e dove sparire, ma sicuramente dovrebbe essere da qualche parte meno dolorosa. Non sanno cosa vogliono ma la vogliono. Perche siete fifoni. Il dolore mai lo avete sentito. Siete stati rovinati. Culturalmente pure e peggio ancora, perchè i soldi vanno e vengono. La terra dei grandi valori non è più la stessa. Peccato. È la terra di Berlusconi.
    È per questo fatto che l’Italia fuori l’Italia è diversa. È fatta da gente che lavora e parla poco, dei valori, dei esempi, dell’illusioni, dei sogni, di quello che tutto è possibile con impegno. Ma con tanto impegno. Parlare poco e fare tanto.

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