Obama

La politica estera è un argomento difficile da trattare per diversi motivi. Devi attingere a fonti ragionevoli per conoscere notizie attendibili, comprendere situazioni che non sono proprie del tuo quotidiano, in sintesi cercare di immergerti in una realtà che non è la tua. Ma che sicuramente aiuta nel fare confronti.

Oggi, corro il rischio e, parlo di Obama. Riporto pezzi del suo discorso analizzando notizie trovate in rete.

«America, siamo migliori degli ultimi otto anni – ha detto ai sostenitori e ai milioni di spettatori che lo ascoltavano in diretta tv – »siamo un paese migliore di questo».

Il lavoro, la casa, la benzina, la sanità, l’istruzione. Il cahier des doleances è un lungo elenco dierrori di Bush o di guai che Bush non ha saputo risolvere, lasciando al prossimo presidentepezzi. La promessa di Obama è quella di ripararla, rispondendo un’America a «con immensa gratitudine e grande umiltà» al mandato che i democratici gli hanno affidato con la storica nomination. (stralcio preso da: La Stampa)

Dice quello che non va Obama. Tira fuori la grinta, è lo specchio di un paese che sa cosa vuol dire proporre il cambiamento. Di madre bianca e padre nero, giovane e  diretto (scenografia kitch a parte per il giorno della candidatura ufficiale), punta con grinta a parlare di come l’America possa cambiare. Ha fin’ora cercato di scaldare un Paese addormentato impaurito e rassegnato. Questo fa il politico, interpreta i bisogni della gente e cerca di trovare il modo affinchè si possano soddisfare. Senza tanti mezzucci. Dal sito oggi si chiedono in primis “donazioni”, la schiettezza mediatica è evidente la logica “servono soldi = li chiedo apertamente perchè questo lavoro lo faccio per tutti e non solo per me stesso” dovrebbe essere applicata anche da noi e non nascosta per giustificare l’oligarchia di dirigenti sensa più alcun senso.

Parla nel quarantacinquesimo anniversario del discorso del «sogno» di uguaglianza di Martin Luther King, ma Obama non cita mai il suo colore della pelle. Che si tratta di un «giorno storico» ci ha pensato il suo avversario a dirlo: McCain ha annunciato una tregua di un giorno nella campagna contro Obama, in segno di rispetto. Obama non ha restituito il favore: «Se McCain vuole avere un dibattito sul temperamento e sul giudizio che servono al prossimo comandante delle forze armate – ha detto – non vedo l’ora di cominciare».

Le cose vengono dette, c’è dibattito. L’America è in profonda crisi, lo mostra al mondo, e la politica ne parla. C’è conflitto fra i due poli. Deve esserci. Soprattutto viene interpretata, fatta propria ed espressa, la voglia di cambiare insita nella gente. Oggi ho visto che gli americani che, fino adesso, credevo un popolo finto e tenuto insieme da una sorta di marketing mediatico, siano viceversa, un popolo più vero e reale di noi italiani, confusi e addormentati.

Ora veniamo a noi. Facciamo due confronti. Abbiamo copiato male oltre ai partiti loro (quello Democratico ha pure lo stesso nome) anche gli slogan elettorali; “CHANGE yes we can believe in” = “Possiamo credere nel cambiamento”, quando il PD in Italia parlava di “Si può fare” o meglio “Se po’ fa”. L’arte di semplificare i messaggi e amplificare la burcrazia. La catastrofe mediatica. Nessun punto di riferimento. Se provi a dire qualcosa ai sampientoni di destra e sinistra, ti dicono che “non è vero”, se insisti “sei matto”. Guai a dare messaggi chiari e semplici in Italia. Siamo “il Paese delle mezze verità” come cantano Fabri Fibra e Gianna Nannini. Si urla al cambiamento ma l’elite di persone pronte a “non” attuarlo sono inevitabilmente sempre le stesse a tutti i livelli.

Ma la colpa è nostra di tutti noi, del popolo, egoista, rincoglionito e costretto a non pensare più.

Gli americani, che riescano a rialzarsi o meno dalla crisi nessuno può dirlo. Ma stanno mostrando di essere un popolo vivo che riesce ad esprimere gente normale, con un soffio di idealismo, di speranza e … di sogno.

“I have a dream !” Voglio che succeda anche da noi !

…ma chiedo troppo ?

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